Oggi vogliamo omaggiare una puntata speciale di NBA Tales ad un grande che ci ha lasciato: Jerry West. Fra un carattere forte e la classe del giocatore che è poi diventato un logo

Era nei nostri progetti dedicare una puntata di NBA Tales al giocatore che ha regalato la sua silhouette per uno dei loghi sportivi più famosi di sempre. Tuttavia la sua dipartita ci ha spinto ad accelerare la fuoriuscita di questo articolo. Racconteremo Jerry West come giocatore, allenatore e poi dirigente ma senza dimenticare il lato umano. Un uomo dal carattere molto forte che lo ha elevato ad icona dello sport americano ma ha anche raccolto numerose critiche. Jerry è stato capace di fare causa alla NBA, di litigare con i più grandi ma anche di farsi apprezzare per la schiettezza che lo contraddistingueva. Non sarà un normale NBA Tales: ci concentreremo sugli aspetti principali della sua carriera e del suo essere.

West sinonimo di grandezza

La grandezza di un atleta si misura con l’epicità dei suoi gesti. Fare la storia quando perdi diventa un segno di clamorosa importanza nel panorama, cestistico in questo caso, che ti eleva a leggenda. Jerry West è stato l’unico giocatore capace a vincere un MVP delle Finals senza aver vinto effettivamente l’anello. Nel 1969, contro i Boston Celtics della dinastia Russell, commettendo inoltre un errore nella gara che ha deciso il titolo. Per qualcuno quello fu un clamoroso caso di mancata assegnazione proprio per Bill (anche per questioni di razzismo) ma le medie di 38 punti in quelle finali dicono tutt’altro. Vincere è stata sempre una sua ossessione. Una ossessione che ha fortunatamente placato più volte da dietro la scrivania ma le tante batoste prese quando calcava i parquet non le ha mai dimenticate.

L’altro esempio della grandezza di Jerry West è stato essere l’unico ad essere stato eletto tre volte nella Naismith Memorial Hall of Fame. La prima ovviamente da giocatore nel 1980, pochi anni dopo il suo ritiro. La seconda nomina è arrivata all’interno del Team USA che ha vinto le Olimpiadi di Roma del 1960 nel cinquantennale del trionfo. L’ultima è arrivata solo pochi mesi fa: nel 2024 è stato infatti nominato per il suo contributo come dirigente dei Los Angeles Lakers e non solo. Un onore che si è preso solo lui perchè è stato capace di distinguersi in più settori.

Difficile nascere così

L’infanzia del piccolo West non è stata certamente delle migliori. Nato in un piccolo paesino della West Virginia, Chelyan, il piccolo Jerry ha subito maltrattamenti dal padre. Jerry era arrivato addirittura a dormire con un fucile carico sotto il cuscino per autodifesa. Questi comportamenti lo fanno crescere come un bambino aggressivo fino a quando la morte del fratello nella guerra in Corea lo butta giù. Il giovane West diventa introverso, timido e gracile tanto da dover prendere delle iniezioni di vitamine per crescere. La passione fra un giorno di caccia e uno di pesca è però il pallone a spicchi. Jerry tira ogni volta che può al canestro di un vicino, da qualsiasi posizione, in qualsiasi condizione, nonostante la mamma Cecil lo riprendi più volte.

A scuola non parte però subito titolare a causa della sua statura fino all’estate del 1953. Jerry cresce fino a 183 cm e il coach Shaver lo elegge ad ala piccola titolare della high school. Qui il giovane West si fa notare, soprattutto per il suo mid range micidiale e la sua freddezza in caso di pressione avversaria. Una carriera alle superiori brillante che gli vale il passaggio alla West Virginia University scelta fra 60 università che lo cercavano. Qui la crescita del ragazzo è esponenziale di stagione in stagione.

Jerry West alla West Virginia

Nel suo junior year raggiunge numerosi premi individuali fino a portare West Viriginia alla finale NCAA. I Mountaineers sbattono però per 71-70 contro i California Golden Bears nonostante i 28 punti e 11 rimbalzi proprio di Jerry West. Sarà purtroppo per lui la prima di tante sconfitte brucianti nella lunga carriera. L’ultimo anno di college è quello a livello personale più splendente. Le prestazioni lo portano alla nomina di capitano e alla conquista della medaglia d’oro olimpica a Roma con la nazionale USA.

La nascita di Mr. Outside

Il 1960 non è però solo l’anno dell’oro ma anche quello dell’arrivo in NBA. West si rende eleggibile e viene preso alla seconda scelta dai Minneapolis Lakers poco prima del trasferimento a Los Angeles. Jerry infatti in Minnesota non ci giocherà mai, sarà subito LA la meta (unica) della sua carriera. Inizialmente Jerry non si sente troppo a suo agio. Passare dalla tranquillità del West Virginia al caos della California non è facile e anche il suo carattere chiuso lo tiene lontano dai compagni.

Quella infatti è la squadra di una stella già splendente come Elgin Baylor che ha gran talento ma troppo “piccola” per battere i colossi di Boston. Il lavoro arduo e le sue doti atletiche impressionarono però i compagni di squadra, il rookie dalla voce squillante e dall’accento di campagna si sapeva far valere. Inizia a diventare così Mr. Outside visto la sua facilità nel tirare da lontano ed essere contrapposto al Mr. Inside Baylor. I Lakers fanno faville però devono sbattere su St. Louis ai playoff che li fa fuori dopo 7 gare.

Il secondo anno, quello da sophomore, gli propone subito una opportunità. Baylor non giocherà spesso per fare la leva militare quindi Jerry West si può prendere la squadra sulle spalle. Il ragazzo si fa notare con oltre 30 punti di media e ne mette addirittura 63 contro i Knicks. Una stagione gloriosa che gli vale anche il soprannome di Mr. Clutch che si porterà dietro per tutta la vita. West è infatti spesso decisivo nei finali di gara e lo fa con giocate da togliere il fiato.

L’amaro sapore della sconfitta

I Lakers raggiungono per la prima volta, da quando sono ad LA, le NBA Finals dove ad aspettarli ci sono i temibili Boston Celtics. Per molti qui inizia una delle rivalità più grandi dello sport americano. Jerry decide gara 3 in casa gialloviola che vale il 2-1, è cruciale per provare a vincere gara 7 a Boston ma uno straordinario Sam Jones toglie la gioia ai gialloviola all’overtime consegnando il titolo ai Celtics.

Baylor torna però a pieno regime nella stagione successiva con West che ormai è già un giocatore affermato. Un infortunio nel finale di stagione lo condiziona però ai playoff. I Lakers raggiungono ancora le Finals ma ancora una volta Boston si prende lo scettro. Si tratta della volta in cui Bob Cousy lanciò il pallone nell’arena dei gialloviola al termine della vittoria in gara 6 che valse il titolo. Quelli in verde vincono ancora ma i Lakers stanno diventando la squadra di Jerry West. I problemi al ginocchio di Baylor permettono a West di diventare il leader della squadra l’anno successivo, tuttavia la pressione diventa maggiore sulle sue spalle.

Jerry West in maglia Lakers

Dopo un annata chiusa in anticipo, i gialloviola tornano alle Finals nel 1965 con un West straordinario nella serie precedente contro Baltimora. Il risultato è però lo stesso: Boston vince 4-1 nonostante oltre 40 punti di media di Mr. Clutch. Il ’66 racconta ancora la stessa storia con una super regular season dei Lakers e di West che chiude oltre 31 punti di media, Finals ancora contro Boston. Stavolta si arriva a gara 7 dopo una battaglia personale fra West ed Havlicek, Jerry tira male nella prima metà della partita e i Lakers non riescono nella rimonta. 4 finali in 5 anni sempre contro Boston ed il finale è sempre amaro per il ragazzo della West Virginia.

Dopo un anno condizionato da un infortunio, West torna alla grande nel 1968 con una nuova cornice: The Forum. L’arena, che poi diventerà simbolo, deve essere inaugurata alla grande e si arriva ancora una volta alle Finals per i losangelini. Quinta volta che Boston è sulla strada per il Larry O’Brien Trophy e quinta volta che alla fine se lo porta a casa. Stavolta Jerry non ci sta e si lamenta a fine gara, accusando i compagni per una gara 5 regalata nonostante i suoi 35 punti da acciaccato. La mania di vincere si inizia a far notare sul volto e sul fisico di West che implora un aiuto alla franchigia.

Arriva Wilt ma la maledizione continua

L’aiuto di fatto arriva: nella post season arriva Wilt Chamberlain, un altro che ha spesso pagato lo scotto da Boston a Philadelphia. Jerry e Wilt sono agli antipodi caratterialmente ma un aiuto di un centro così dominante può spezzare l’egemonia dei verdi. O almeno è quello che pensano ad LA: le Finals si raggiungono ancora, di nuovo contro Boston e il risultato ve l’abbiamo raccontato prima. West perde ancora ma stavolta si prende il titolo di MVP delle finali dopo una serie giocata in modo magistrale. Il carattere di Jerry lo si nota però a fine partita: distrutto ed arrabbiato con il proprietario Cooke reo di aver già acchitato l’arena per il titolo. West viene additato come pazzo, esagerato e la sua figura viene coperta da un alone non certo positivo.

Nella stagione 1969/70 inizia una nuova era sotto coach Mullaney ma l’infortunio di Chamberlain sembra un handicap. West si riprende la squadra, come in assenza di Baylor, e la trascina per l’ennesima volta alle Finals. Stavolta sembra quella buona: non c’è Boston ma New York! La serie è più complicata del previsto e c’è bisogno di un super West in gara 6 per tenere in vita la serie. Nella settima partita però, un Walt Frazier da urlo si prende il titolo per i Knicks per un destino che sembra ormai segnato.

Jerry West e il titolo sono due strade che non si incontreranno. L’anno dopo è il nuovo fenomeno Kareem Abdul-Jabbar a spegnere i sogni di un West ormai sul viale del tramonto. Gli infortuni gli fanno valutare anche il ritiro ma la voglia di provarci è ancora troppo forte. L’arrivo di Sharman in panchina fa la differenza in termini di motivazioni per il gialloviola.

Finalmente campione

Il gioco tosto in difesa e veloce in attacco sembra dare i frutti sin da subito con una striscia di 33 gare vinte di fila. I Lakers sweepano Chicago al primo turno e poi si prendono la rivincita contro Milwaukee. Il destino gli ripropone ancora New York alle Finals e stavolta non c’è storia. I Lakers travolgono i Knicks per 4-1 nonostante un West non al meglio. Jerry è arrivato finalmente alla vittoria ma non riesce a godersela. Quel traguardo arrivato dopo 12 anni e ben 6 finali perse sembra troppo poco. Lui stesso ammetterà a fine gara che è stato merito della squadra e non suo che ha giocato delle pessime finali.

L’ego del campione non è stato gonfiato, lui non ha inciso quanto avrebbe voluto, quasi quel titolo non lo sente suo. L’anno successivo arriva anche la settima finale persa (ancora con New York) ma stavolta gli infortuni e l’età sono delle attenuanti. Il 1974 è addirittura peggio e la stagione si conclude al primo turno playoff contro Milwaukee. La gara 5 persa sarà però l’ultima di un 36enne Jerry West. L’accordo di contratto con il proprietario Cooke non va a buon fine, allora Jerry decide di ritirarsi: “non potrei giocare per nessun’altra squadra oltre ai Lakers”.

Non ci si stacca mai dai Lakers

Da qui la carriera sul parquet si conclude per Jerry West ma non termina quella nel mondo del basket. Dopo un riappacificamento con Cooke, Mr. Clutch torna ai Lakers come allenatore nel 1976. In tre stagioni con Kareem Abdul-Jabbar in campo, non arriva però il titolo e decide allora di farsi da parte. Il suo ruolo non è in panchina ma dietro una scrivania a scovare i talenti. Il nuovo proprietario Jerry Buss vuole costruire una dinastia ad LA e ha individuato in West l’uomo che può aiutarlo.

Mr. Clutch pesca Pat Riley come allenatore e alcuni pezzi importanti di quella che sarà conosciuta come Showtime. Magic Johnson viene coccolato, Kareem stimolato così come aiutato Riley nella gestione di un gruppo complicato. Gli anni ’80 sono così quelli più brillanti con 5 titoli in 8 anni e una pallacanestro che incanta il mondo. Jerry è l’uomo che non si vede, che sceglie i pezzi giusti, che fa capire cosa significa esser un Laker.

Jerry West con Kobe Bryant

Con l’arrivo del fenomeno Jordan a Chicago, West decide allora che è il momento di ricostruire i gialloviola. Piazza alcune mosse che si dimostreranno cruciali come quello dell’arrivo di Divac. Il centro jugoslavo verrà poi scambiato nel 1996 per i diritti di un Kobe Bryant che farà la storia in Californi. Nella stessa off season, West convince anche Shaquille O’Neal da free agent per unirsi al nuovo progetto dei Lakers. L’ultima mossa sarà quella di prendere Phil Jackson nel 1999 come allenatore dei gialloviola. Il coach sarà il pezzo mancante che porterà il Three-peat ai Lakers nei tre anni ma solo il primo titolo porterà la firma di West.

Jerry infatti vede la franchigia ridimensionare il suo ruolo, in favore di maggior potere per Jackson. Una situazione che lo carica di stress e lo sente delegittimato nonostante il suo apporto alla causa da 21 anni. Qui di fatto si potrebbe chiudere la storia di Jerry West ma c’è stato comunque dell’altro. West è stato il general manager dei Memphis Grizzlies dal 2002 al 2007, poi ha avuto un ruolo ai Golden State Warriors dal 2011 al 2017. Infine la sua carriera (e la sua vita) si chiude con gli ultimi 7 anni come membro esecutivo dei Los Angeles Clippers, con un ruolo cruciale nelle trattative per Kawhi Leonard, ultima star nel lato minore di LA.

Il Jerry uomo e la disputa The Logo

Il Jerry uomo è stato spesso raccontato come un tipo nevrotico, introverso e molto difficile da maneggiare. Alcuni episodi lo raccontano come un taciturno nel suo primo anno ai Lakers oppure come non sia mai uscito con gli altri ai tempi del college. Una persona che ha compromesso il suo primo matrimonio dopo aver lasciato la ex moglie per strada dopo una grave perdita, quando lei cercava di consolarlo. La sua etica del lavoro e la sua durezza mentale sono stati però il lato positivo nel campo e non solo. Perfezionista ossessivo con una fiducia sfacciata che gli ha permesso di ergersi fra i più grandi nonostante le batoste. Le tante sconfitte lo hanno consumato ma non lo hanno mai abbattuto.

Ma ora andiamo al punto saliente. Jerry West, o meglio la sua silhouette, è diventato il logo della NBA nel 1970. Una sua foto di Wen Roberts divenne l’ispirazione da parte di Alan Siegel, uomo commissionato dalla lega per creare un nuovo logo. La NBA non ha mai riconosciuto ufficialmente e ne è nata anche una disputa con lo stesso West. Jerry non è mai stato troppo contento di questo, si è sentito commercializzato a sua insaputa e con la nonchalance di una lega che lo ammetterà ufficiosamente solo tanti anni dopo.

“L’ho pensato spesso a come vorrei essere ricordato, quello che la gente pensa di me. Era un bravo ragazzo e gli importava. Vorrei questo e niente più” ha detto The Logo su quella che sarà la sua eredità. Chi ha vissuto la sua era però lo ricorderà sempre come il logo della lega più famosa al mondo. Tuttavia per le prossime generazioni, West potrà accontentare il suo sogno di non essere ricordato come una figura ma come un uomo ed un atleta di primo livello.

Di Giuseppe Capizzi

Sono un 30enne napoletano con la passione per lo sport. Seguo tutte le principali competizioni sportive ma in particolare sono malato di calcio e NBA. Amo viaggiare e credo che l'esperienza formativa più grande sia stata visitare New York.

Caricamento...