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NBA Tales – Shine bright like a diamond: NBA 75!

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Viaggio nei 75 anni di vita della NBA dalle origini ai grandi campioni passando per alcuni episodi chiave

Generation Sport presenta NBA Tales, una rubrica sui protagonisti del basket d’oltreoceano. Dopo una lunga assenza, torniamo con una nuova puntata dedicata ai 75 anni della NBA. Un anniversario importante nel segno del diamante che ci dà lo spunto per raccontarvi un po’ di storia. Dalla nascita della lega, alla fama mondiale nell’epoca Jordan, passando per Kobe e finendo ai giorni nostri con LeBron e Curry. Un viaggio itinerante attraverso questi 75 anni fra episodi iconici e rivalità accese. Siete pronti per partire con noi attraverso NBA Lane?

A new league: da BAA a NBA

La lega nasce ufficialmente il 6 giugno 1946 a New York sotto il nominativo di Basketball Association of America o più comunemente BAA. A darle vita sono i proprietari di alcune squadre di hockey del Nord East che dovevano riempire le loro arene nei giorni in cui lo sport sul ghiaccio era fermo. La BAA fu infatti la prima lega di basket a giocarsi nei palazzetti delle più grandi città americane come il Madison Square Garden di New York o il Boston Garden. Erano presenti all’epoca solo 11 franchigie ma la formula era la stessa della NBA moderna: regular season, playoff e finals. La prima gara ufficiale è stata giocata il primo novembre dello stesso anno fra Toronto Huskies e New York Knickerbockers con il primo canestro siglato dal newyorkese Ossie Schectman.

Il nominativo BAA resta per tre anni fino a quando nell’agosto del ’49 arriva la fusione con la concorrente NBL. 6 franchigie fanno ingresso nella lega, finisce il duopolio e si inizia finalmente a parlare di NBA, National Basket Association. Parte così ufficialmente l’era del basket professionistico con 17 franchigie pronte a darsi battaglia per il titolo di campione. La lega inoltre inizia ad essere un motore anche politico e di integrazione.

Harold Hunter, primo afroamericano in NBA

Nel ’47 il giappo-americano Wataru Misaka diventa il primo non-bianco a firmare un contratto e giocare con i Knicks. Tre anni più tardi arriva invece il primo afroamericano: Harold Hunter firma con i Washington Capitol aprendo di fatto a chiunque lo meriti. Tuttavia si tratta solo di un primo passo: il razzismo sugli spalti infatti è incalzante e anche i proprietari delle franchigie fanno fatica a prendere in considerazione dei giocatori neri.

I primi big: da Russell a Wilt

Nel 1954 arriva il primo passo importante nel gioco: arriva la regola dei 24 secondi. L’NBA aveva infatti un grosso problema sulla spettacolarità del basket: azioni troppo lunghe e punteggi bassi. Con i 24 secondi per azione, il gioco si è velocizzato e movimentato dando una grossa mano ai commissioner per vendere il prodotto ai più. Una regola così importante da essere uno dei capi saldi ancora oggi dopo più di 70 anni. I Draft della fine degli anni ’50 ci regalano la prima dinastia, i primi big e soprattutto la prima rivalità della Lega.

Wilt Chamberlain dopo i 100 punti

Nel 1957 fa il suo ingresso Bill Russell nei Boston Celtics dove assieme a Bob Cousy e Red Auerbach vincerà 11 titoli in 13 anni. I primi 8 saranno addirittura consecutivi firmando la striscia vincente più lunga della storia NBA. Oltre allo dinastia Celtics, entra in gioco un giocatore leggendario capace di scrivere dei record inarrivabili. Wilt Chamberlain arriva nel 1959 ai Philadelphia Warriors e sarà il più acerrimo rivale di Russell nella lotta all’MVP. Il centro siglerà una prestazione for the ages nel marzo del ’62 contro i Knicks: 100 punti e 55 rimbalzi. Un numero astronomico di punti che lo stesso Chamberlain scriverà su un pezzo di carta per una delle istantanee più iconiche della NBA. Si tratta tra l’altro di record reggenti sinora che nessuno ha mai avvicinato.

L’avvento della ABA e lo showtime di Kareem

Sul finire degli anni 60, nel panorama dello sport americano, l’NBA rappresentava la più giovane delle leghe professionistiche anche in questioni di appeal. NFL, NHL e MLB avevano già una profonda storia e non si trovava grosso spazio per entrare Questo spingeva tanti miliardari a provare ad entrare nel mondo del basket trovando tuttavia una pesante barriera sul lato economico. Un motivo oneroso che scaturì la nascita di una concorrente nel 1967, la ABA. Questa nuova lega offriva innovazione, possibilità di creare nuove franchigie e un’altra strada per chi voleva diventare pro.

Tuttavia il nome più importante del panorama dei college, Lew Alcindor meglio conosciuto come Kareem Abdul-Jabbar, scelse comunque la NBA e in particolare i Milwaukee Bucks. Il suo skyhook è tuttora una delle più belle modalità di tiro, uno dei motivi che ha permesso ai Los Angeles Lakers di coniare il termine “showtime” per quella squadra. La ABA era riuscita ad accaparrarsi il leader di punti Rick Barry e successivamente Julius Erving ma sponsor e palazzetti non davano il giusto spazio alla nuova arrivata.

La forza economica della NBA dopo poco tempo piombò sulla nuova lega e la costrinse alla fusione nel 1976. Le franchigie passarono da 18 a 22 con gli ingressi di Denver Nuggets, Indiana Pacers, New Jersey Nets e San Antonio Spurs. Inoltre vennero introdotte due novità fondamentali nella NBA che vigono tuttora: la regola della linea da tre punti e lo Slam Dunk Contest nella serata dell’All-Star Game.

Il tiro da tre ha portato un’evoluzione sul piano del gioco della quale sentiamo i riflessi oggi. La gara delle schiacciate rappresenta invece una bella notizia per i fan in merito a spettacolarità e gesti tecnici. Tuttavia la fine degli anni 70 non furono un periodo florido per la Lega a causa della poca presenza di tifosi e le notizie sul consumo di droga da parte degli atleti. Il 1979 sarà però la sliding door per la NBA in termini di appeal e crescita economica.

Il 1979: Celtics-Lakers, Larry e Magic

Larry Bird e Magic Johnson

In quel Draft infatti uscirono due giocatori così iconici per due team leggendari pronti a dare nuova linfa ad una rivalità. Larry Bird era un nuovo giocatore dei Boston Celtics mentre Earvin “Magic” Johnson prendeva la strada dei Los Angeles Lakers. I due erano stati protagonisti di un entusiasmante scontro già ai tempi del college ed erano grandi amici fuori dal parquet.

Larry e Magic non si smentirono anche in NBA con tre Finals faccia a faccia, 8 titoli su 10 divisi fra loro due negli anni 80 e una crescita di popolarità per la lega. L’aumento di fan per la NBA fu merito anche di David Stern, eletto commissioner nel 1984, capace di vendere il prodotto non solo sul suolo americano ma scoprendo nuovi mercati. Si iniziarono a giocare delle gare di regular season in Europa o in Asia, le tv d’oltreoceano chiedevano spazio per trasmettere i beniamini e Stern mostrò al mondo la faccia pulita della sua lega.

Arriva l’extraterreste MJ: forza, spettacolo e soldi

Il 1984 fu un altro anno chiave per la NBA oltre che per l’arrivo di Stern. In quel Draft uscì il più grande fenomeno mediatico, nonché giocatore, fino a quel momento: arriva Michael Jordan. MJ fu il trampolino di lancio verso la gloria della NBA sia in termini di popolarità che economici. Jordan è un diamante che attira tutte le luci della ribalta su di sé ma riesce a specchiare questa luce su tutto il movimento. I Chicago Bulls diventarono una delle franchigie più conosciute al mondo nonostante non abbia mai vinto.

La NBA ebbe milioni di richieste per trasmettere le sue gare e lo United Center di Chicago fu pieno in tutte le gare. Tuttavia His Airness dovette aspettare l’arrivo di Scottie Puppen e di Phil Jackson per vincere il suo primo titolo nel 1991. La prima gemma di 6 arrivate con due three-peat (1991-1993 e 1996-1998), altrettanti MVP delle Finals e soprattutto un oro Olimpico nel 1992.

Una parte del Dream Team del 1992

Le Olimpiadi di Barcellona nel 1992 furono infatti l’ennesimo passo importante per l’appeal dell’NBA. Gli States avevano spesso snobbato la rassegna olimpica e volevano quindi dimostrare in quell’occasione di essere i migliori. Il coach Daly decise così di creare il famoso “Dream Team”, la squadra dei sogni con dentro tutti i campioni della NBA.

Jordan, Magic, Bird, Pippen, Malone, Robinson, Barkley, Ewing, Drexler e Stockton tutti insieme in un solo gruppo che regalò spettacolo e soprattutto la vittoria alla squadra statunitense. Un apertura al mondo per gli dei della NBA che in quegli anni valeva anche per quanto riguarda l’arrivo di nuove franchigie. Dal Canada infatti arrivano i Vancouver Grizzlies e i Toronto Raptors, unico stato ammesso fuori dagli States. Se i secondi sono ancora oggigiorno nel roster delle 30 franchigie NBA, i primi sono durati ben poco e ora sono situati in quel di Memphis, nel Tennessee.

Il dominio dell’Ovest: Phil e Gregg, coach leggendari

Chiusa l’era Jordan, l’Ovest si prese il dominio della lega per i successivi anni e in particolare con due franchigie: i San Antonio Spurs e i Los Angeles Lakers. Le due squadre dal 1999 hanno giocato in totale 13 delle successive 16 Finals con 10 titoli. I gialloviola guidati da Phil Jackson hanno piazzato il three-peat ad inizio millennio nel segno di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant. Il Mamba sarà poi capace di vincerne altri due nel 2009 e 2010 ergendosi nell’olimpo del gioco come uno dei più grandi di sempre.

Gli Spurs invece saranno una delle dinastie più lunghe dello sport americano guidate da Gregg Popovich con 5 titoli distanti 15 anni dal primo e all’ultimo. Prima la coppia Robinson-Duncan e poi il terzetto Duncan-Parker-Ginobili sconvolse la lega per spirito, concentrazione e gioco mnemonico. Proprio per questo i successi dei Miami Heat del 2005, dei Boston Celtics del 2008 e soprattutto dei “Bad Boys” Detroit Pistons del 2004 verranno glorificati oltre le normali aspettative.

Non solo buono: Malice at the Palace

Tuttavia in quegli anni arriva anche una brutta battuta d’arresto per la popolarità della NBA a causa di un pesante episodio: Malice at the Palace. Nel novembre 2004 in un match fra Indiana Pacers e Detroit Pistons al Palace of Auburn Hill di Detroit si scatena dapprima una rissa fra i giocatori. In un secondo momento vengono coinvolti anche un gruppo di tifosi ubriachi e la situazione degenera.

Un episodio brutto che costò tantissimo in termini di immagine ma che la NBA saprà punire a dovere. Ci saranno sospensioni per un totale di 146 partite per i giocatori fra cui Ron Artest, Stephen Jackson e Ben Wallace. Inoltre ci sarà la perdita di 11 milioni di stipendi e soprattutto miglioramenti per quanto riguarda la sicurezza sugli spalti e la vendita di alcol. Da quel momento in poi verrà introdotto un dress code per i giocatori e ci saranno punizioni pesanti per i tifosi violenti fra cui le espulsioni dai palazzetti.

Il prescelto per volare, Steph per cambiare

LeBron James ai Cavs

Nello stesso periodo arriva nella lega un nuovo uragano pronto ad iniziare una nuova epoca che dura tutt’oggi: nel 2003 entra LeBron James. The Chosen One arriva direttamente dalle high school dove aveva già riscosso grande successo, riempiendo i palazzetti delle scuole di tutto il paese. James regala così grandissima notorietà alla lega ma soprattutto ad una città notoriamente nefasta come Cleveland. Un nuovo fenomeno da cui la notorietà della NBA trova linfa vitale e si erge in tutto il mondo.

Tuttavia King James non trova la vittoria nella sua città natale ma ha bisogno di emigrare a Miami nell’estate 2010 dove raggiunge Bosh e Wade. “The Decision” è lo spartiacque di un basket sempre più volto alla televisione e ad internet, una lega interattiva e pronta all’uso del fan. Si tratta inoltre dell’inizio di una nuova mentalità nei giocatori: formare dei super team per vincere il più possibile.

Il secondo decennio del terzo millennio vede invece un evoluzione del gioco verso il tiro dalla distanza e quindi da tre punti. L’uomo che spinge in questa direzione la lega è un figlio d’arte, Stephen Curry. Steph entra dal Draft 2009 e arriva ai Golden State Warriors ma la sua fortuna e quella della franchigia cambiano qualche anno dopo. L’arrivo in panchina di Steve Kerr, gli ingressi in squadra di Klay Thompson e Draymond Green formano una squadra perfetta ed evoluta.

Tiratori con percentuali altissime, difesa arcigna e gioco fluido formano una dinastia capace di giocare 5 Finals di fila. Si apre inoltre un dualismo con i Cleveland Cavaliers del figliol prodigo LeBron James con 4 Finals consecutive di cui tre successi californiani. Le ultime due inoltre trovano un nuovo asso nella manica Warriors, Kevin Durant, tassello mancante dopo la sconfitta nel 2016.

Era Covid, la Bolla e l’eredità di Kobe

Gli ultimi anni vedono grande incertezza con la possibilità di vincere per più di una franchigia. Toronto diventa la prima canadese a vincere nel 2019 grazie a Kawhi Leonard, nella scorsa stagione tocca invece ai Milwaukee Bucks del greco Antetokounmpo. Nel mezzo arriva il Covid e la innovativa Bolla di Orlando che ha tanto fatto parlare. Adam Silver, commissioner dopo l’addio di Stern nel 2014, e il suo board trova il modo di far continuare a giocare i giocatori anche in periodo di pandemia.

Disney World ad Orlando diventa la sede di un finale di stagione 2020 con i Los Angeles Lakers vincitori dopo 10 anni d’assenza ispirati da Kobe. Nel gennaio 2020 muore infatti Kobe Bryant in un tragico incidente aereo assieme a sua figlia e lascia una profonda ferita nel cuore di tutti. Il suo tragico addio spinge tuttavia a tante belle iniziative in tutto il mondo per commemorarlo e soprattutto riqualificare il basket dei campetti di periferia. La Mamba Mentality diventa un must per chi vuole emularlo sia sul campo che fuori, trovando grossa ispirazione anche al di fuori del basket.

La NBA di oggi è un grande recipiente dove si può trovare il basket di più alto livello ma anche un bacino per far sentire la propria voce. Nel corso degli anni sono passate per la lega tantissime iniziative: dal Black Lives Matter alla salute mentale, dalla politica USA al riscaldamento globale o la vaccinazione di massa. Tanti protagonisti si sono spesso messi in prima linea per far sentire a chi di dovere il loro dissenso senza paura. Stern ha spesso accompagnato come NBA queste proteste, capendo il punto di vista dei personaggi e sfruttandolo per la fama del brand.

La protesta del Blsck Lives Matter

La NBA è passata così dalla più piccola e meno conosciuta delle Major League americane fino ad essere la lega più popolare al mondo in meno di 70 anni. Noi abbiamo provato a riassumervi questi 75 anni di diamante con un piccolo excursus sugli eventi, i protagonisti e le storie. Avremo sicuramente dimenticato di inserire qualche grande protagonista ma non vi preoccupate, siamo pronti a raccontarvi tanti aneddoti nei prossimi NBA Tales.


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